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Terroristi in nome di Dio di Mark Juergensmeyer. |
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20032,
pp. 358, |
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«La metà dei
trenta più pericolosi gruppi terroristici al mondo pretende di avere le
proprie motivazioni nella religione. Ma come può la parola di Dio avallare
atti di terrore contro esseri umani? Come può la violenza diventare un dovere
sacro? Queste sono le domande al centro del libro - sereno, lucido, acuto e
vibrante - di Mark Juergensmeyer. Quello che impressiona è il suo sforzo di
parlare agli ex terroristi e di comprendere la logica che li guida. Terroristi in nome di Dio fa luce sugli
spazi oscuri da cui sorge il terrore.» |
Prefazione alla seconda edizione - Prefazione e ringraziamenti - 1. Terrore e Dio - Culture di violenza - 2. Soldati di Cristo - 3. Sion tradita - 4. Il «dovere trascurato» dell’islam - 5. La spada dei sikh - 6. Armageddon nella metropolitana di Tokyo - La logica della violenza religiosa - 7. Teatro di terrore - 8. Guerra universale - 9. Martiri e demoni - 10. Il potere dei guerrieri - 11. La mente di Dio - Note - Interviste e corrispondenza - Bibliografia - Indice dei nomi e delle cose notevoli
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La Repubblica
Intervista Mark
Juergensmeyer, il più grande studioso mondiale di terrorismo religioso,
direttore del Global and International Studies Program all’Università di
Santa Barbara in California
Se Dio arma la mano
Intervista di Federico Rampini a Mark Juergensmeyer
Santa Barbara (California)
Mark Juergensmeyer è l’unico ad avere mai intervistato in carcere Mahmud
Abouhalima, il terrorista di Al Qaeda condannato all’ergastolo e
rinchiuso in un penitenziario federale per avere organizzato il primo attentato
al World Trade Center nel 1993. Per un piccolo errore quell’esplosione
fece solo sei morti, ma oggi si sa che era stata programmata per farne
duecentomila, una strage molto più grave dell’11 settembre e otto anni prima.
«Duecentomila», ha detto Abouhalima al suo intervistatore, «furono le vittime
delle atomiche americane a Hiroshima e Nagasaki: quello sì era terrorismo».
Juergensmeyer non è un giornalista ma un investigatore. È un sociologo
americano, direttore del Global and International Studies Program
all’Università di Santa Barbara in California, ed è il più grande
studioso mondiale del terrorismo religioso.
Un’autorità indiscussa, al punto che la Cia e l’Fbi lo consultano regolarmente malgrado sia noto il suo totale dissenso verso la politica di
George Bush. Juergensmeyer non ha scoperto il terrorismo religioso con
l'attacco alle Torri gemelle: lo studia da decenni in tutte le sue
manifestazioni, dai sikh indiani (è vissuto nel Punjab) all’Irlanda, dai
fondamentalisti musulmani o ebrei, fino alle milizie cristiane di destra che
negli Stati Uniti hanno assassinato molti medici abortisti.
Il suo saggio più importante, Terror in the
Mind of God, uscì negli Stati Uniti un anno prima dell’11
settembre 2001 e aveva passaggi quasi profetici.
Oggi questo libro esce completamente aggiornato e con una nuova prefazione in
anteprima mondiale nell’edizione italiana, con il titolo Terroristi in nome di Dio. La violenza religiosa nel
mondo (Laterza, pagg. 340, euro 18).
E’ un’eccezionale ricerca sul campo condotta con interviste a
leader terroristi, è il primo studio comparativo dei terrorismi religiosi, e
cerca di rispondere alla domanda: perché così tanti credenti uccidono in nome
del loro Dio? Perché culture tanto diverse fra loro condividono il concetto di
una “guerra santa mondiale”, usano la fede per demonizzare gli
avversari e negargli il diritto alla vita?
Nel 1980 nell’elenco dei gruppi terroristici internazionali stilato dal
Dipartimento di Stato americano figurava solo una organizzazione religiosa.
Vent’anni dopo quando Madeleine Albright aggiornò quella lista per Bill
Clinton, fra i trenta gruppi più pericolosi a livello mondiale la maggior parte
erano religiosi.
Perché gli attentati di questa matrice si sono moltiplicati negli ultimi
decenni? Juergensmeyer individua tra gli effetti della globalizzazione un
crollo generalizzato di credibilità delle autorità ed istituzioni laiche, un
vuoto che viene riempito da ideologie distruttive.
Il sociologo di Santa Barbara non fa concessioni al culto della violenza: il
suo libro è dedicato, a scanso di ambiguità, “alle vittime del
terrore". Ma è il più importante tentativo di capire questo fenomeno senza
pregiudizi.
Si apre con una citazione dalla Bibbia («Io manderò innanzi a te il mio
terrore; metterò in rotta ogni popolo...» Esodo,
23, 27) per ricordarci che la violenza non è il monopolio di una sola
religione. In un’America che si prepara alla guerra, dove ogni giorno
nuovi contingenti di giovani in divisa partono per il Golfo, abbiamo incontrato
Juergensmeyer a Santa Barbara per questa intervista.
Cominciamo da uno degli “scoop”
di cui il suo libro è ricco, il dialogo con Mahmoud Abouhalima: com’è
riuscito a intervistarlo bruciando la concorrenza dei migliori giornalisti
americani?
«Con pazienza e tenacia. Ho cominciato a contattarlo subito dopo la sua
condanna all’ergastolo, nel 1994. Ci ho messo due anni per ottenere il
consenso suo, dei suoi legali e dell’autorità carceraria. Entrare in una
prigione americana è perfino più difficile che evaderne... Alla fine sono
riuscito ad avere con lui due appuntamenti, due lunghe interviste. Ho scoperto
una persona affabile, intelligente, buon parlatore, a tratti appassionante. Non
l’immagine stereotipata del terrorista. Questo vale per tutti i
personaggi che ho intervistato: intelligenti, interessanti, mossi da
motivazioni morali più che politiche. E tutti con la profonda convinzione che
questo mondo sia ingiusto. Contrariamente a quel che si può credere, è raro che
i terroristi siano degli individui sociopatici e sadici. Solo alcuni sono
affetti da evidenti problemi mentali; molti invece sono soggetti che appaiono
normali e ben inseriti socialmente, ma appartengono a comunità speciali e
condividono visioni estreme del mondo».
….
Che influenza ha il fatto che la squadra di
Bush sia molto religiosa, di una fede ostentata? Dal presidente al ministro
della Giustizia John Ashcroft, i riferimenti a Dio e alla Bibbia sono una
costante nel linguaggio politico di questa Amministrazione.
«Ispirato da questa religiosità, il moralismo della risposta americana al
terrorismo aggrava il problema: quella che doveva essere un’azione di
polizia è stata trasformata in una guerra cosmica. In un certo senso, la
mentalità di Bush è speculare a quella dei terroristi. Non sto dicendo che
l’America si comporta come i terroristi, ma vedo delle analogie fra la
visione semplicistica del mondo che ispira gli atti di violenza religiosa, e
una concezione del ruolo dell’America nel mondo che è fortemen-te
ispirata da valori religiosi. Certe espressioni usate da Bush come
“l’asse del male”, “con noi o contro di noi”,
involontariamente confermano e incoraggiano il modo di vedere di Osama Bin
Laden».
Nel suo libro lei ricorda che dalle guerre
bibliche alle crociate, la violenza aleggia come un’oscura presenza in
tutte le tradizioni religiose, e che il potere della religione ha sempre avuto
a che fare con immagini di morte. Al tempo stesso lei nota che negli ultimi
anni sono andati aumentando gli atti pubblici di violenza a cui la religione ha
fornito la motivazione, la giustificazione, l’organizzazione e la visione
del mondo. Perché?
«Una delle mie conclusioni è che questa fase storica di trasformazione globale
abbia fornito alla religione l’occasione per rilegittimarsi come forza
pubblica. Dietro a questa inquietudine religiosa c’è la perdita di
credibilità, in tutti i paesi del mondo, dell’autorità laica, e
l’esigenza di ideologie alternative di ordine pubblico. Le forze della
globalizzazione indeboliscono ogni autorità nazionale e sovrana: economicamente
e finanziariamente gli Stati contano sempre meno, il loro controllo sociale si
attenua attraverso le migrazioni, le identità culturali sono influenzate
dall'occidentalizzazione dei media. Nella perdita di sovranità, i leader laici
e le istituzioni politiche diventano dei capri espiatori. Un elemento tipico
delle culture terroristiche è la percezione che la propria comunità è già sotto
attacco, è stata violata, e in quell'ottica le proprie azioni non sono altro
che una reazione ad una violenza già subita. …
Estratto dell’intervista rilasciata a: La Repubblica, 25 febbraio 2003, pag. 42
