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Terroristi in nome di Dio   Message List  
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Terroristi in nome di Dio

 

 Terroristi in nome di Dio di Mark Juergensmeyer.

 

 

 

20032, pp. 358, 18,00, con ill., Edizioni Laterza

 

 

«La metà dei trenta più pericolosi gruppi terroristici al mondo pretende di avere le proprie motivazioni nella religione. Ma come può la parola di Dio avallare atti di terrore contro esseri umani? Come può la violenza diventare un dovere sacro? Queste sono le domande al centro del libro - sereno, lucido, acuto e vibrante - di Mark Juergensmeyer. Quello che impressiona è il suo sforzo di parlare agli ex terroristi e di comprendere la logica che li guida. Terroristi in nome di Dio fa luce sugli spazi oscuri da cui sorge il terrore.»
Michael Ignatieff

Islamici, ebrei, cristiani, induisti, buddisti: il legame tra religione e violenza è esploso e ha coinvolto le più diverse confessioni. Juergensmeyer esplora questo universo oscuro attraverso il racconto della vita dei ‘terroristi in nome di Dio’, di coloro cioè che sono pronti a uccidere, e anche a farsi uccidere, in nome delle tante, diverse fedi. Dopo tanto parlare della violenza del fondamentalismo islamico, questo libro, brillante e intenso, ci riporta, con le parole degli stessi terroristi, a uno scenario complesso nel quale non c’è religione che non venga usata a pretesto della lotta politica.

 

Prefazione alla seconda edizione - Prefazione e ringraziamenti - 1. Terrore e Dio - Culture di violenza - 2. Soldati di Cristo - 3. Sion tradita - 4. Il «dovere trascurato» dell’islam - 5. La spada dei sikh - 6. Armageddon nella metropolitana di Tokyo - La logica della violenza religiosa - 7. Teatro di terrore - 8. Guerra universale - 9. Martiri e demoni - 10. Il potere dei guerrieri - 11. La mente di Dio - Note - Interviste e corrispondenza - Bibliografia - Indice dei nomi e delle cose notevoli

 

 

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La Repubblica Intervista Mark Juergensmeyer, il più grande studioso mondiale di terrorismo religioso, direttore del Global and International Studies Program all’Università di Santa Barbara in California



Se Dio arma la mano
Intervista di Federico Rampini a Mark Juergensmeyer
Santa Barbara (California)


Mark Juergensmeyer è l’unico ad avere mai intervistato in carcere Mahmud Abouhalima, il terrorista di Al Qaeda condannato all’ergastolo e rinchiuso in un penitenziario federale per avere organizzato il primo attentato al World Trade Center nel 1993. Per un piccolo errore quell’esplosione fece solo sei morti, ma oggi si sa che era stata programmata per farne duecentomila, una strage molto più grave dell’11 settembre e otto anni prima.

«Duecentomila», ha detto Abouhalima al suo intervistatore, «furono le vittime delle atomiche americane a Hiroshima e Nagasaki: quello sì era terrorismo».

Juergensmeyer non è un giornalista ma un investigatore. È un sociologo americano, direttore del Global and International Studies Program all’Università di Santa Barbara in California, ed è il più grande studioso mondiale del terrorismo religioso.

Un’autorità indiscussa, al punto che la Cia e l’Fbi lo consultano regolarmente malgrado sia noto il suo totale dissenso verso la politica di George Bush. Juergensmeyer non ha scoperto il terrorismo religioso con l'attacco alle Torri gemelle: lo studia da decenni in tutte le sue manifestazioni, dai sikh indiani (è vissuto nel Punjab) all’Irlanda, dai fondamentalisti musulmani o ebrei, fino alle milizie cristiane di destra che negli Stati Uniti hanno assassinato molti medici abortisti.

Il suo saggio più importante, Terror in the Mind of God, uscì negli Stati Uniti un anno prima dell’11 settembre 2001 e aveva passaggi quasi profetici.

Oggi questo libro esce completamente aggiornato e con una nuova prefazione in anteprima mondiale nell’edizione italiana, con il titolo Terroristi in nome di Dio. La violenza religiosa nel mondo (Laterza, pagg. 340, euro 18).

E’ un’eccezionale ricerca sul campo condotta con interviste a leader terroristi, è il primo studio comparativo dei terrorismi religiosi, e cerca di rispondere alla domanda: perché così tanti credenti uccidono in nome del loro Dio? Perché culture tanto diverse fra loro condividono il concetto di una “guerra santa mondiale”, usano la fede per demonizzare gli avversari e negargli il diritto alla vita?

Nel 1980 nell’elenco dei gruppi terroristici internazionali stilato dal Dipartimento di Stato americano figurava solo una organizzazione religiosa. Vent’anni dopo quando Madeleine Albright aggiornò quella lista per Bill Clinton, fra i trenta gruppi più pericolosi a livello mondiale la maggior parte erano religiosi.

Perché gli attentati di questa matrice si sono moltiplicati negli ultimi decenni? Juergensmeyer individua tra gli effetti della globalizzazione un crollo generalizzato di credibilità delle autorità ed istituzioni laiche, un vuoto che viene riempito da ideologie distruttive.

Il sociologo di Santa Barbara non fa concessioni al culto della violenza: il suo libro è dedicato, a scanso di ambiguità, “alle vittime del terrore". Ma è il più importante tentativo di capire questo fenomeno senza pregiudizi.

Si apre con una citazione dalla Bibbia («Io manderò innanzi a te il mio terrore; metterò in rotta ogni popolo...» Esodo, 23, 27) per ricordarci che la violenza non è il monopolio di una sola religione. In un’America che si prepara alla guerra, dove ogni giorno nuovi contingenti di giovani in divisa partono per il Golfo, abbiamo incontrato Juergensmeyer a Santa Barbara per questa intervista.

Cominciamo da uno degli “scoop” di cui il suo libro è ricco, il dialogo con Mahmoud Abouhalima: com’è riuscito a intervistarlo bruciando la concorrenza dei migliori giornalisti americani?

«Con pazienza e tenacia. Ho cominciato a contattarlo subito dopo la sua condanna all’ergastolo, nel 1994. Ci ho messo due anni per ottenere il consenso suo, dei suoi legali e dell’autorità carceraria. Entrare in una prigione americana è perfino più difficile che evaderne... Alla fine sono riuscito ad avere con lui due appuntamenti, due lunghe interviste. Ho scoperto una persona affabile, intelligente, buon parlatore, a tratti appassionante. Non l’immagine stereotipata del terrorista. Questo vale per tutti i personaggi che ho intervistato: intelligenti, interessanti, mossi da motivazioni morali più che politiche. E tutti con la profonda convinzione che questo mondo sia ingiusto. Contrariamente a quel che si può credere, è raro che i terroristi siano degli individui sociopatici e sadici. Solo alcuni sono affetti da evidenti problemi mentali; molti invece sono soggetti che appaiono normali e ben inseriti socialmente, ma appartengono a comunità speciali e condividono visioni estreme del mondo».

….

Che influenza ha il fatto che la squadra di Bush sia molto religiosa, di una fede ostentata? Dal presidente al ministro della Giustizia John Ashcroft, i riferimenti a Dio e alla Bibbia sono una costante nel linguaggio politico di questa Amministrazione.

«Ispirato da questa religiosità, il moralismo della risposta americana al terrorismo aggrava il problema: quella che doveva essere un’azione di polizia è stata trasformata in una guerra cosmica. In un certo senso, la mentalità di Bush è speculare a quella dei terroristi. Non sto dicendo che l’America si comporta come i terroristi, ma vedo delle analogie fra la visione semplicistica del mondo che ispira gli atti di violenza religiosa, e una concezione del ruolo dell’America nel mondo che è fortemen-te ispirata da valori religiosi. Certe espressioni usate da Bush come “l’asse del male”, “con noi o contro di noi”, involontariamente confermano e incoraggiano il modo di vedere di Osama Bin Laden».

Nel suo libro lei ricorda che dalle guerre bibliche alle crociate, la violenza aleggia come un’oscura presenza in tutte le tradizioni religiose, e che il potere della religione ha sempre avuto a che fare con immagini di morte. Al tempo stesso lei nota che negli ultimi anni sono andati aumentando gli atti pubblici di violenza a cui la religione ha fornito la motivazione, la giustificazione, l’organizzazione e la visione del mondo. Perché?

«Una delle mie conclusioni è che questa fase storica di trasformazione globale abbia fornito alla religione l’occasione per rilegittimarsi come forza pubblica. Dietro a questa inquietudine religiosa c’è la perdita di credibilità, in tutti i paesi del mondo, dell’autorità laica, e l’esigenza di ideologie alternative di ordine pubblico. Le forze della globalizzazione indeboliscono ogni autorità nazionale e sovrana: economicamente e finanziariamente gli Stati contano sempre meno, il loro controllo sociale si attenua attraverso le migrazioni, le identità culturali sono influenzate dall'occidentalizzazione dei media. Nella perdita di sovranità, i leader laici e le istituzioni politiche diventano dei capri espiatori. Un elemento tipico delle culture terroristiche è la percezione che la propria comunità è già sotto attacco, è stata violata, e in quell'ottica le proprie azioni non sono altro che una reazione ad una violenza già subita.  …

 


Estratto dell’intervista rilasciata a: La Repubblica, 25 febbraio 2003, pag. 42

 

 

 



Sun Oct 10, 2004 5:29 pm

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